Il 22 settembre alle ore 18.00 presso Villa Brenzoni Bassani, in viale del Marmo a Sant’Ambrogio di Valpolicella, sono state presentate due are funerarie, di epoca romana, in marmo locale.
Le due are un tempo erano collocate, sovrapposte, davanti alla chiesa parrocchiale di Sant’Ambrogio. Nel 2006, a causa dell’uscita di strada di un camion proveniente dalla zona di Monte, furono fatte cadere rovinosamente e per circa vent’anni sono state in un deposito.
Al fine di renderle ancora visibili sia ai cittadini ambrosiani che ai tanti turisti e amanti dell’archeologia che spesso arrivano nel Comune ambrosiano, la direttrice della Scuola d’Arte Beatrice Mariotto ha proposto all’Amministrazione comunale di collocarle nel cortile antistante Villa Brenzoni Bassani, a seguito di un’adeguata manutenzione, una di fianco all’altra su basamenti in pietra locale, al fine di garantirne il giusto risalto.
E’ stato fatto, inoltre, uno studio per rimarcare il loro valore storico e simbolico grazie all’aiuto di Riccardo Bertolazzi, dal 2020 ricercatore di Storia Romana ed Epigrafia presso l’Università di Verona da cui risulta che le due are funerarie di epoca romana sono databili all’incirca al I-II secolo d.C.. Tali monumenti venivano posti sopra la tomba che custodiva le ceneri dei defunti, di solito ubicata all’interno di un recinto posto di fronte a una strada (alcuni esempi tuttora ben conservati sono il Sepolcreto di Aquileia o la Via dei Sepolcri a Pompei). L’ara più grande è composta da base, fusto e coronamento, quest’ultimi due elegantemente decorati, rispettivamente, con tralci vegetali e cornice a ovuli e lamette. Nelle spazio incorniciato si legge la seguente epigrafe:
C(aius) Octavius
C(ai) f(ilius)
Macer.
“Gaio Ottavio Macro, figlio di Gaio”.
Il nome di famiglia Ottavio è di un certo interesse, poiché risulta ben documentato in Valpolicella. Diversi Ottavi hanno infatti eretto monumenti a divinità sconosciute altrove: Cuslano, Sqnnagalle e Ihmanagalle, molto probabilmente di origine preromana, ovvero etrusca o retica.
Sull’ara più piccola, pure composta da base, fusto e coronamento ma priva di decorazioni si legge il seguente testo:
Q(uintus) Vevo
Messi f(ilius)
Severus.
“Quinto Vevo Severo, figlio di Messio”.
L’ara era già conosciuta tra il Quattrocento e il Cinquecento e segnalata in ecclesia S. Zenonis supra S. Ambrosium, l’attuale chiesetta di San Zeno in Poja.
Nel 1828 l’erudito veronese conte Girolamo Orti Manara (lo stesso che nel 1835 scaverà il tempio di Minerva a Marano) scrive di aver ricevuto un disegno di questa ara “dal mio ottimo amico Nob. Paolo Brenzoni, pittore di molto vaglia” (Lettera sull’antico pago degli Arusnati con note di Giovanni Girolamo Orti, Verona 1828, p. 30).
Sembra dunque probabile che Paolo Brenzoni si sia interessato a entrambi i monumenti (presumibilmente a quello di Vevo Severo in un primo tempo e in seguito a quello di Ottavio Macro), e li abbia fatti portare presso Villa Brenzoni-Bassani.
Le due are sono quindi tornate a Villa Brenzoni Bassani, luogo da cui probabilmente provenivano in origine. Sicuramente il conte Paolo Brenzoni collezionava monumenti romani, una cosa che all’epoca si faceva spesso e che si può, tra l’altro, notare in altre ville della Valpolicella (per es. Villa Amistà a Corrubbio, Villa Galtarossa a San Pietro ecc.).
Il progetto per la loro valorizzazione è a firma dell’arch. Massimo Donisi, lo scultore Matteo Cavaioni, docente della scuola d’arte, ne ha curato la manutenzione e il dott. Riccardo Bertolazzi, ricercatore in epigrafia latina e storia romana, le ha collocate nel tempo. Il tutto con il benestare della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Verona. Un lavoro certosino, grazie alla Scuola d’arte “Paolo Brenzoni” e all’Amministrazione comunale, che ha contribuito a promuovere il territorio ampliando la conoscenza della storia di Sant’Ambrogio di Valpolicella.

