Inizio/Fine Corsi: da Sabato 8 Ottobre 2016 a Sabato 13 Maggio 2017

Dicono di noi

In quel singolare libro di fine Cinquecento  che è La piazza universale di tutte le professioni del mondo Tommaso Garzoni da Bagnacavallo dedica parecchie pagine  «agli scultori o intagliatori in pietra», senza dimenticare il duro lavoro  degli scalpellini, costretti a «stentar col scarpello tutto il giorno  intorno ai sassi, e voltarli e rivoltarli mille volte l’ora; oltraché qualche volta col martello si falla, e si rompe una mano, overo una scheggia di sasso ti coglie in un occhio…».  Ardere al sole, assiderare al vento: questa era la condizione dei lavoratori descritta da Aleardo Aleardi in un sonetto del 1865, forse ancora più dura di quella dei secoli precedenti, a cominciare dal Trecento, quando una città come Brescia commissionava a uno scultore veronese la tomba del suo grande vescovo Berardo Maggi, che ancora splende alla Rotonda con le sue maschie figure incise nel nobile rosso ammonitico; o quando i marmi di Sant’Ambrogio raggiungevano per le vie d’acqua le città del Trentino e della pianura padana, destinati alla costruzione di cattedrali e di palazzi: i loro inconfondibili colori spiccano sulle facciate, ben riconoscibili all’occhio appena esperto del viaggiatore veronese, che ne riporta un’impressione profonda, e ritorna con la mente alle secolari vicende di scalpellini e «spezzaprede».

Negli stessi anni di Aleardo Aleardi, che ben poteva osservare le condizioni dei lavoratori dalla sua modesta residenza estiva ai margini dell’abitato di Sant’Ambrogio, un altro nobile veronese, il conte Paolo Brenzoni, che aveva la sua villa di campagna nel centro dell’abitato, si mostrava sensibile alle difficoltà di «tanta povera gente», che «per la massima parte trae la vita dal lavoro dei marmi per la costruzione e decorazione dei più ricchi edifici». E infatti, lasciando i suoi beni al Comune di Verona perché mantenesse una scuola d’arte intitolata al suo nome, disponeva contestualmente che fosse eretta in Sant’Ambrogio «una scuola elementare d’architettura e di ornato almeno durante l’inverno, con apposito professore». La scuola, avviata nel 1867, funziona tutt’ora, sostenuta dal Comune di Sant’Ambrogio, che ha messo a disposizione spazi adeguati (e in regola con le norme di sicurezza) per le varie attività: non solo scultura, ma anche pittura, modellato e mosaico .

Il visitatore che si aggira tra gli artisti al lavoro — ogni età è rappresentata — riceve un’impressione di serietà cordiale, di impegno appassionato e severo, di attenzione alla tradizione storica e al contesto ambientale: da ricordare in proposito l’encomiabile restauro delle marogne che circondano la sede  di San Giorgio.

Gli allievi, giovani e adulti, sono accomunati dalla medesima aspirazione, che è quella di conferire a materie inerti — marmo, creta, colori, tessere musive — forme in grado di suscitare un’emozione artistica che è anche frutto di una storia secolare consapevolmente rivissuta. Per questo desta ammirazione, ma non meraviglia, il caso di un celebre architetto di antica famiglia di marmisti ambrosiani, il quale, giunto a 96 anni, ha deciso di iscriversi ai corsi di pittura della Scuola in cui era stato dapprima allievo, e poi docente e direttore per più di sette lustri. Si tratta di Libero Cecchini: che fin dal suo nome esprime l’aspirazione, perseguita concordemente dai lavoratori della pietra  in patria e in America, a condizioni di vita giuste e dignitose. Una tale aspirazione accomuna i migranti del secolo scorso a quelli che oggi soccombono in mare nel corso di perigliose traversate: situazione richiamata nella formella «Gesù sepolto nel mare dei migranti» della Via Crucis dei Lapicidi, realizzata  nei pressi del cimitero di San Giorgio dagli allievi della scuola guidati dal docente di scultura Matteo Cavaioni, su idea e disegni di Libero Cecchini. Mi richiamava questa vicenda l’attuale direttrice della Scuola d’Arte Beatrice Mariotto, che con alacrità di cuore persegue un articolato programma di presenza sul territorio, che si manifesta persino nell’idea di inserire l’isola ecologica comunale in un progetto artistico che prevede l’esecuzione di murales ispirati alla leggenda popolare del «Bisso Galeto»………..

Gian Paolo Marchi

 

Già negli anni ’50 venivo a S.Ambrogio di Valpolicella per eseguire opere in marmo o pietra presso la Cooperativa Piatti che in quegli anni era il centro dell’attività degli scalpellini e dove gli scultori veronesi si indirizzavano per eseguire le loro opere.

Io sono nato e cresciuto in una famiglia di scalpellini: mio padre Guglielmo lo era e così mio nonno Luigi, mio zio Angelo e altri parenti.

Poco prima della Seconda Guerra Mondiale essi fondarono la Ferrabeton, una piccola Cooperativa di scalpellini che si trovava a Ponte Catena in Verona. Qui sono cresciuto tra scalpelli e scaglie di pietra, ma S. Ambrogio è sempre stato per me un sogno.

La Scuola d’Arte “Paolo Brenzoni” era sempre nominata per la forza e lo slancio che infondeva nell’insegnare un mestiere e nominata pure per la sua valenza di contribuire al raffinare la tecnica dello scolpire marmo e pietra.

Certo è lodevole e degno di ammirazione il percorso di questa Scuola, che è stata il riferimento intellettuale di innumerevoli maestri e professionisti, creando nel tempo un Centro riconosciuto in tutto il mondo.

Oggi la Scuola d’Arte “Paolo Brenzoni” raccoglie classi di scultura, di pittura, di disegno e mosaico in spazi molto belli come le ex Scuole di San Giorgio, con una vista panoramica stupenda, in un contesto di lavoro stimolante in prossimità di storici capannoni della ex Fiera del Marmo.

S. Ambrogio ha con questo centro una marcia in più rispetto ad altre Scuole d’Arte.

Ed è bello vedere studenti di età diverse impegnati in vari indirizzi professionali, e tutti con lo stesso vivo entusiasmo di fare e di dare il meglio di loro stessi, stretti intorno la guida di maestri altamente qualificati!

E’ una scuola, questa, che può essere giustamente additata come il fiore all’occhiello di una politica dell’Amministrazione Comunale previdente e capace, nel corso di decenni, di creare occupazione e ricchezza. Ed è tutta la Comunità di Sant’ Ambrogio che sorregge questa istituzione e che si può giustamente vantare di esportare oltre i confini anche più lontani non solo marmi e pietre ma soprattutto il proprio lavoro e le proprie idee.

Virginio Ferrari – scultore

Il seme dell’arte non sempre riesce ad invogliare precocemente, perchè i percorsi della vita sono spesso aridi ed inospitali.
Quando finalmente il terreno è propizio, è bello sapere che un’istituzione come la Scuola d’Arte “Paolo Brenzoni” di Sant’Ambrogio di Valpolicella vigilerà sulla corretta crescita del proprio vivaio.

Raffaella Robustelli – scultrice

Non ricordo se fosse il 1962 o il ’63 (mi ricordo comunque che non avevo ancora la patente), quando, una bella domenica mattina, l’architetto Libero Cecchini venne a prendermi a casa, a Negrar, e mi portò alla scuola d’arte di Sant’Ambrogio.
Strada facendo mi spiegò, con appassionata determinazione, che la scuola d’arte versava in pessime acque, senza fondi né finanziamenti, ma che non doveva chiudere, per la storia che aveva alle spalle e per il ruolo che avrebbe potuto avere in futuro.

Mi raccontò di tutti i sacrifici che quella scuola era costata, sostenuta dalle rimesse degli emigranti e della speranza che aveva rappresentato nel corso degli anni.
Così mi trovai davanti un gruppetto di fantastici ragazzi, più o meno della mia età.
Per il resto, c’erano pochi vecchi cavalletti, qualche foglio di carta, qualche barattolino di tempera, e qualche pennello malandato. Nient’altro.
Ovviamente io non ero un vero insegnante: non avevo nulla da insegnare (del resto non ero neppure retribuito). Quello che feci, quindi, fu di proporre a quei ragazzi di crescere insieme con me.

Con qualche libro sulle avanguardie del novecento che avevo portato da casa, cominciammo a studiare un po’ il cubismo, l’espressionismo e qualche altro “ismo” .
I tempi, allora, erano ben diversi da oggi e, nella nostra realtà di provincia profonda, Picasso rappresentava uno sconvolgimento drammatico rispetto all’ornato e al disegno accademico che erano ancora alla base dell’insegnamento precedente.
Comunque tenemmo duro per qualche anno, finchè non arrivarono dei veri insegnanti come Federico Chiecchi e Leonardo Brunelli. A quel punto il mio ruolo era finito e mi ritirai.

Milo Manara – pittore fumettista

Sant’Ambrogio di Valpolicella: “Ivi la povera gente per la massima parte trae la vita dal lavoro dei marmi per la costruzione e decorazione dei più ricchi edifici”
Così scriveva il Conte Paolo Brenzoni nel suo testamento, redatto il 12 agosto 1853, in cui egli “lascia erede il Comune di Verona delle sue sostanze, perché impieghi tra l’altro una piccola spesa per erigere in Sant’Ambrogio di Valpolicella una scuola elementare di architettura”

Parlare della Scuola d’Arte “Paolo Brenzoni” mi riporta fatalmente indietro nel tempo, a sensazioni e ricordi d’infanzia, di giovinezza e dell’età matura. Non solo, ma anche a un passato che entra con forza nella storia dei miei padri, tanto da indurmi a tracciare, attorno a questo istituto così importante e amato, una sorta di albero genealogico della mia famiglia, nella piena consapevolezza che la mia storia è la storia di molte famiglie di Sant’Ambrogio.

Mio nonno Angelo fu, infatti, uno dei primi allievi di questa ultracentenaria istituzione, mio padre Beniamino fu poi allievo dello scultore Cristani nei primi anni del ‘900.
Romeo Cristani, in quegli anni, dirigeva anche l’Accademia d’Arte Cignaroli e ospitò mio padre a Verona nella sua casa e nella sua bottega d’artista.
Poi migrò, con una ventina di ex allievi della Scuola negli Stati Uniti, nel Vermont, e di lì cominciarono a mandare i soldi a Giovanni Piatti, che era stato un loro insegnante, per creare la Cooperativa che si chiamò appunto “Cooperativa Piatti”.
Mia sorella Marcella, nata nel Vermont nel 1909, frequentò la Scuola d’Arte dagli anni Venti fino al suo ritorno definitivo negli Usa.
Io ne sono stato allievo nei primi anni Trenta e, dal ’47 ho cominciato a insegnare. Dal ’50, all’86, poi, oltre che insegnarvi, l’ho anche diretta.
Anche i miei figli Marcella, Anna e Vittorio l’hanno frequentata.

Questo mio breve racconto familiare vuole testimoniare quanto fosse motivo d’orgoglio per una famiglia frequentare la Scuola d’Arte e tramandarne ai figli l’amore.
Dopo le elementari, infatti, il premio più ambito per un adolescente era quella cartella fatta di cartone e legata con un nastro (il famoso “cartellone”), con dentro riga e squadra di legno, un album da disegno e uno da ornato, il tutto completato da un compasso in ottone, pesante. Partire da casa col cartellone a spalle era motivo d’orgoglio per ogni ragazzo di Sant’Ambrogio.
La Scuola d’Arte occupava allora un edificio dietro la chiesa, con una bellissima facciata Liberty: sul rosone c’era uno stemma in bassorilievo con compasso, squadra e pennello.
Ricordo ancora con profondo affetto i miei Maestri: il primo fu il Maestro Angelo, detto Peroni, un omone affabile e buono che ci accompagnava con le sue mani, grosse ma sensibili e delicate, a tracciare le curve dell’ornato. E poi Umberto, detto Galletto, che insegnava il disegno dell’architettura classica e il modellato dei bassorilievi.

Il direttore, lo scultore Egidio Girelli, che era anche direttore dell’Accademia Cignaroli, era un uomo lungo, elegante, profumato, che camminava con passo felpato, ci arrivava silenzioso alle spalle, metteva una ditata sulla plastilina e ci lasciava ammirati per il risultato che riusciva ad ottenere con un semplice gesto.
Una miriade di piacevoli flash, di indimenticabili ricordi mi s’affollano alla mente…come quando, per passare dalla plastilina al gesso, nel piccolo laboratorio di fronte alla Scuola (dove oggi c’è un bar), ci si imbrattava di gesso fin sopra i capelli…o quando ci si fermava oltre l’orario – era un punto d’onore portare a termine il lavoro iniziato – finché il bidello non ci cacciava con inconfutabile determinazione…
Sta di fatto che allora un semplice scalpellino uscito dalla Scuola d’Arte e assunto nelle cooperative era considerato un Maestro e le ragazze da marito lo preferivano di gran lunga a qualsiasi impiegato!
Nel 1936 e nel 1938 gli allievi parteciparono alle prime due “Mostre dell’Arte e del vino” e fu un evento importante e qualificante.

Intanto, nei primi anni Quaranta, veniva costruita la nuova sede, in viale della Chiesa, su progetto dell’arch. Fagioli. E la scuola venne “declassata” da “Scuola d’Arte” a “Scuola dell’Artigianato” e tale rimase nominalmente finché, nel ’50, la ribattezzammo con il suo vecchio, glorioso nome.
Nel dopoguerra, la scuola riprese con la direzione di Egidio Girelli, fino al ’46, quando gli subentrò Mario Salazzari, splendida figura d’artista, scultore e poeta di straordinaria sensibilità, che organizzò la seconda Mostra d’Arte veramente importante, nel ’47, con i lavori dei suoi allievi. La prima era stata organizzata l’anno precedente dal C.N.L. con i lavori degli allievi di Girelli.

All’inaugurazione erano presenti le massime autorità di Verona e provincia.
Salazzari arrivava a Sant’Ambrogio la domenica mattina con il trenino Verona – Caprino. Alla stazione c’erano tutti i suoi allievi ad attenderlo per accompagnarlo alla scuola e a turno, poi, lo invitavano a pranzo in famiglia per continuare a dissertare d’arte, discussione che, spesso, proseguiva nel pomeriggio, magari all’osteria.
Salazzari, più di ogni altro, riuscì a infondere nei suoi studenti amore, passione e cultura dell’arte. Ricordo quando andammo tutti, insegnanti e allievi, alla Biennale di Venezia.

Erano i primi anni dopo la guerra e per il viaggio utilizzammo un camion scoperto e delle balle di paglia come sedili. Fu una gita indimenticabile e, per molti, fu anche il primo contatto con la città lagunare.
Ricordo l’orgoglio che ci pervase quando scoprimmo, sulla soglia del padiglione dell’artigianato del Veneto l’incisione: “Pavimenti eseguiti dalla Cooperativa Piatti di Sant’Ambrogio di Valpolicella”.
“Quando le piere canta, tase el franguel…” (Quando le pietre cantano, tace il fringuello): è l’inizio di una bella poesia che Sant’Ambrogio ispirò a Mario Salazzari e che ben esprime quell’amore, quella poetica passione per l’arte del marmo che fu ed è alla base della Scuola d’Arte Paolo Brenzoni.
Durante il periodo, poi, in cui fui direttore, si aprì una fase di fortunati apporti artistici e culturali: molti degli insegnanti della Scuola d’Arte, infatti, divennero poi artisti di fama internazionale come, oltre allo stesso Salazzari, Novello Finotti, Federico Chiecchi, Milo Manara (che insegnò disegno dal ’63 al 70, poco dopo essere stato, egli stesso, allievo della scuola).

E ancora gli scultori Riccardo Cassini, Leonardo Brunelli, Giuseppe Cinetto, Mario Savoia…
Splendido animatore del colore e della gioia di dipingere era Ernesto Bussola, amato e seguito con entusiasmo dai suoi giovani allievi per le via del paese.

Negli ultimi anni, poi, creammo, con i docenti, un piccolo laboratorio del marmo per gli insegnanti, a Domegliara prima, poi presso la scuola, con il Maestro Gaetano Sandri, ex allievo della Scuola, che riusciva a far sentire ai suoi allievi, nella lavorazione del marmo, la vita che pulsa, intensa e profonda, nella pietra, le sue infinite vibrazioni, che l’artista deve riuscire a trasmettere, intatte e percepibili, nell’opera finita, rendendola viva e palpitate di emozioni.
I più dotati, poi, andavano a lavorare nelle due cooperative di Sant’Ambrogio (la Cooperativa Piatti e l’Unione Marmisti).

Dopo il mio mandato, la scuola ha proseguito per altri vent’anni con nuovi e vecchi maestri, da Alessandro Zorzi, Silvano Zanoni, Mario Vassanelli al noto scultore Renzo Garibaldi ….
Oggi, la direttrice Beatrice Mariotto ha saputo darle un nuovo impulso, grazie alla sua abilità sia sotto il profilo amministrativo sia sotto quello didattico – culturale.
Sono felice e onorato quindi di tornare quest’anno, su invito del nuovo direttore, con un diverso ruolo di collaborazione, ruolo in cui sono stato preceduto da esimi artisti, come Pino Castagna, Milo Manara e Virginio Ferrari.

La Scuola d’Arte di Sant’Ambrogio è una scuola tutta particolare, una sorta di grande, antica famiglia, dove va chi ha amore e sete di imparare, una scuola che significa passione, scelta individuale, uno strumento prezioso per molti artigiani della Valpolicella, della Val d’Adige, del Lago di Garda. Basta pensare che ben 350 industrie di Sant’Ambrogio sono nate e gravitano tuttora intorno a questa scuola.
Mi auguro che, da questo mio semplice racconto, girovagando tra i ricordi e le esperienze passate e presenti, emerga tutto l’entusiasmo e l’orgoglio d’essere stato prima allievo, poi in vario modo partecipe della vita culturale e artistica di questa Scuola, che ho amato e amo profondamente.

Libero Cecchini – architetto

L’idea della cultura come pura trasmissione di sapere, si è dimostrata inadeguata a causa della sua palese impossibilità di lettura della realtà contemporanea, complessa e articolata al punto da rendere necessario il progetto di una pedagogia alternativa, in grado cioè di produrre e, quindi, di “costruire” conoscenza.

La scuola è da sempre il luogo in cui ciò avviene; luogo non soltanto fisico, che si configura come l’insieme delle situazioni capaci di favorire gli atteggiamenti propri degli uomini, che determinano e giustificano la loro maniera di stare nel mondo.

Quanto sono stato invitato da Beatrice Mariotto, direttrice della Scuola d’Arte di Sant’Ambrogio, a lavorare con gli allievi nel tentativo di definire il rapporto esistente tra poesia e pittura, ho trovato un ambiente vivo, stimolante, contraddistinto da una perfetta organizzazione, incentrata sullo sviluppo delle caratteristiche individuali, nel pieno rispetto dei tempi e dei modi di ognuno. Un ambiente piacevole, che consente a chi lo frequenta di crescere, affinando la propria sensibilità e ampliando il proprio bagaglio tecnico e culturale.

Eros Olivotto – poeta

Ringrazio Beatrice Mariotto soprattutto per il lavoro di promozione che svolge con coerenza e determinazione da molti anni, lavoro che colloca   questa scuola come colonna portante nel territorio della Valpolicella rendendola un’istituzione centenaria che può tranquillamente competere con l’accademia cittadina. Chiunque visiti la mostra d’arte, organizzata a fine anno scolastico dalla scuola, avrà visto la validità delle opere esposte a cominciare dal corso di scultura per passare al disegno, alla pittura al mosaico e alla modellazione plastica. I lavori presentati sono sempre innumerevoli e di pregio. Ho conosciuto i docenti, artisti a loro volta, preparati, disponibili, con doti trainanti, contagiose. Gli allievi sono molto affiatati. Radunati assieme, concezione che rievoca le scuole d’arte rinascimentali, compiono gesti antichi, segno che la scuola ha raggiunto lo scopo di aggregare quanti la frequentano dando loro la possibilità di confrontarsi liberamente.

Ivy Mefalopulos – pittrice