2^ Simposio “Scolpire nella memoria” – Opera: Il saluto del soldato.

OperaSi è tenuto anche quest’anno sul Monte Baldo, dal 30 al 31 luglio 2016, il secondo Simposio di scultura “Scolpire nella memoria”, promosso da Alessandro Tenca, legale rappresentante di equipENatura, società che gestisce il Rifugio Gaetano Barana al Telegrafo.

Nato nel 2015 come sfida per provare nuove strade o per meglio dire “nuovi percorsi artistici” anche in alta quota, il Simposio ha visto anche quest’anno la partecipazione  degli allievi del corso di scultura della Scuola d’Arte “Paolo Brenzoni” di Sant’Ambrogio di Valpolicella, diretti dallo scultore Matteo Cavaioni.

Il Rifugio Alpino al Telegrafo, inaugurato nel 1897, si trova sul Monte Baldo a 2.147 mt., a poca distanza dalla cima del Monte Telegrafo. E’ il rifugio più in quota del Monte Baldo, di proprietà del C.A.I di Verona. Lo scorso anno gli scultori della Scuola d’Arte hanno completato presso il rifugio alcuni bassorilievi in marmo Nembro Verdello, materiale veronese compatto e resistente alle intemperie, abbozzati a valle, che riprendevano un tema significativo per la montagna nel 2015: la ricorrenza dei 100 anni dalla Grande Guerra.

Quest’anno il gruppo di artisti Matteo Cavaioni, Manuele Mocci, Mauro Corbioli, Danilo Caccia, Mirko Pavoni, con il supporto del cavatore Andrea Cavaioni e di Silvano Zamperini, ha proposto la scultura “Il saluto del soldato” in pietra e ferro, riprendendo il tema della grande guerra. A ridosso di una roccia ben visibile dal rifugio si scorge una figura di soldato che saluta, come fosse ancora lì da più di 100 anni, aspettando che qualcuno ricambi il gesto. Un gesto semplice e gentile che diventa tramite per  parlare di storia ma anche di contemporaneità.

E’ questo un progetto dove lo spazio circostante è parte integrante dell’opera.

Alta circa mt. 2,30 la scultura è stata realizzata con rocce raccolte in loco, al fine di inserirla in un contesto naturalistico senza  turbare la bellezza del luogo. Il Baldo è una montagna costituita prevalentemente da rocce sedimentarie di tipo carbonatico e in particolare da calcari e dolomie.

La figura del soldato è affiancata dal mulo, animale fedele e fondamentale, senza il quale la montagna non sarebbe stata scalata e vinta. Gli artisti hanno scelto uno spazio che fosse visibile dal rifugio, hanno analizzato i vari elementi che potevano condizionare la realizzazione dell’opera come il clima, la luce, la vegetazione e le rocce circostanti. Hanno lavorato in condizioni difficili, trasportando i materiali tramite teleferica e con lo zaino. Parte del lavoro è stato svolto a valle, le pietre sono state fissate su rete metallica forata, ancorata poi sul posto.

Per trasmettere lo spirito storico e poetico dell’opera alcune rocce sono state incise con versi tratti da poesie di Umberto Saba, Fausto Maria Martini, carichi di profonda umanità, che raccontano la dolorosa esperienza sul fronte dei numerosi soldati italiani. Un’esperienza drammatica che emerge da alcuni versi di Ungaretti “Ma nel cuore nessuna croce manca. E’ il mio cuore il paese più straziato” tratti dalla lirica “San Martino del Carso”. Una frase è tratta da una canzone composta dai  profughi di Mitterndorf nei mesi della prigionia per far conoscere la loro storia. Ce l’ha tramandata, in fondo al suo Diario, Cecilia Rizzi, profuga nata a Nomesino (Trento) il 22 agosto 1891 e sepolta nel cimitero del paese.

La scultura e la poesia si sono fuse assieme per un fine comune: far riflettere su un tema purtroppo sempre attuale. L’opera è un omaggio non solo a tutti coloro che hanno trovato la morte sulle pendici dei nostri monti ma soprattutto ai grandi poeti italiani che hanno vissuto la guerra in prima persona e l’hanno raccontata nelle loro liriche.  “Il saluto del soldato” è visibile dal rifugio “Al Telegrafo”  e vi si può accedere attraverso un sentiero.

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